Il 14 novembre la Cgil è scesa in piazza per chiedere risposte concrete contro una crisi che non è ancora finita e per aprire il percorso allo sciopero generale: edili, chimici, metalmeccanici, lavoratrici e lavoratori del pubblico impiego e della scuola, pensionati e studenti, accorsi a Roma per ricordare a tutti che non si può vivere di cassa integrazione, che nel 2009 sono saltati 570 mila posti di lavoro, che 300 mila precari sono rimasti a casa e che entro il prossimo anno altro altri 500 mila persone perderanno l’impiego. Le risposte sono arrivate subito, puntuali e impeccabili, più che mai significative: “Vedere l’amico Epifani in piazza con la faccia triste a dire che il peggio deve ancora venire mi fa sorridere. Ma assieme a me sorride anche la stragrande maggioranza degli italiani che nella loro percezione vedono esattamente il contrario”. Queste le parole del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che intervenendo su radio Rtl ha rimarcato l’idea di quell’opposizione a prescindere che tanto piace al ministro del lavoro, Maurizio Sacconi: “'Mi sembra un piccolo mondo antico ancorato al Novecento e alle sue ideologie” (altrenotizie, 17 novembre 2009)
Il 18 ottobre scorso, sul sito internet della rete televisiva iraniana Press TV è stata pubblicata la notizia secondo la quale il Majles, l’Assemblea Consultiva della Repubblica Islamica dell’Iran, ha approvato gli articoli 1 e 2 del disegno di legge sul piano di riforma dei sussidi: taglio degli aiuti di Stato sui prodotti energetici. La norma, che nell’arco dei prossimi cinque anni punta a ridurre gradualmente la domanda e la conseguente spesa destinata all’import dei prodotti derivanti da raffinazione, comprende tutte le categorie dei beni sui quali, fino ad ora, l’amministrazione pubblica è intervenuta con sovvenzioni e sgravi fiscali: combustibili da trasporto, gas ed energia elettrica e, di conseguenza, prodotti alimentari. Nulla di strano se non fosse altro che con questa decisione il parlamento consegna al presidente Mahmoud Ahmadinejad il controllo su una cifra che varia tra i 30 e i 50 miliardi di dollari, fondi che il Tesoro avrebbe altrimenti destinato al sostegno delle fasce sociali più deboli (altrenotizie, 12 novembre 2009)
L’allarme è stato lanciato dal Generale Amos Yadlin, capo dell’Agaf HaModiin (Aman), l’intelligence militare israeliana: il braccio armato di Hamas avrebbe a disposizione un numero imprecisato di razzi di fabbricazione iraniana con un raggio d’azione di 37 miglia (60 chilometri), capaci quindi di raggiungere la periferia di Tel Aviv. Nel corso di un dibattito a porte chiuse, Yadlin ha riferito alla Commissione Difesa e Affari Esteri della Knesset che il primo novembre i miliziani del gruppo islamico palestinese hanno compiuto con successo il test di un missile identificato come Silkworm C-802, lanciato sul Mediterraneo dalla costa occidentale della Striscia di Gaza (altrenotizie, 10 novembre 2009)
Zine El Abidine Ben Ali è il nuovo presidente della Repubblica Tunisina, chiamato per la quinta volta consecutiva a guidare un Paese ormai assuefatto ad un modello di democrazia araba che a livello internazionale può rientrare solo in quei casi definiti come “particolari”. E’ dal 7 novembre 1987 che il settantatreenne ex generale guida il meno musulmano dei Paesi magrebini, dal giorno in cui, “deposto” per senilità Habib Bourguiba, si è auto proclamato Capo dello Stato (altrenotizie, 27 ottobre 2009)
Le dinamiche politiche delle guerre che per quasi vent’anni hanno devastato una delle più complesse regioni dell’Africa Centrale, possono essere capite solo se verranno trovate soluzioni pacifiche e durature agli eventi che le hanno causate. A dirlo è Martin Shaw, professore di politica e relazioni internazionali preso l’università britannica del Sussex, che in un articolo pubblicato su openDemocracy parla della recrudescenza delle violenze nelle province orientali dell’Ituri, di Haut-uele e del Nord Kivu. C’é questo ritorno alla ferocia, che é un fenomeno tutt’altro che isolato, piuttosto la corsa ad una nuova stagione di follia, una follia omicida spesso irrefrenabile che per oltre due decenni ha insanguinato questa parte dell’Africa (altrenotizie, 26 ottobre 2009)
Le acque del Mar Morto si stanno ritirando sempre più rapidamente: alla media di 98 centimetri l'anno nel decennio che va dal 1998 al 2007, 138 nel 2008, 113 nei primi otto mesi del 2009. La notizia, pubblicata il 3 settembre scorso dal quotidiano israeliano Haaretz, rappresenta il termometro della crisi ambientale che stiamo attraversando, un deficit idrico che interessa tutto il pianeta e che nel 2020 arriverà a colpire la metà della popolazione mondiale. Tre miliardi di persone: uomini, donne e bambini che non avranno accesso a quel bene comune e a quel patrimonio dell'Umanità che è l’acqua. Un deficit globale che investe gran parte del mondo, che in Nord Africa è già emergenza e che in Medio Oriente è ormai una realtà quotidiana; risultato di una domanda che negli ultimi 50 anni è triplicata, di una politica dell’ambiente che ha influito in modo determinante sull’aumento della temperatura terrestre, sul prosciugamento dei fiumi, sulla scomparsa dei laghi, sull’evaporazione dei bacini e su una diversa distribuzione delle piogge (altrenotizie, 16 ottobre 2009)
Erano centinaia le persone che lo scorso venerdì 2 ottobre affollavano la moschea di Conakry. Erano accorse per identificare i corpi delle persone rimaste uccise durante gli scontri avvenuti in occasione della manifestazione organizzata il lunedì precedente dagli oppositori del regime del Capitano Moussa Dadis Camara, contrari alla candidatura del capo della giunta militare all'elezione presidenziale di gennaio. Una protesta repressa nel sangue, una carneficina finita con decine di cadaveri all'obitorio dell’ospedale universitario Donka, tutti segnati da ferite da taglio o da arma da fuoco riportate durante gli scontri con le forze di sicurezza: 54 morti secondo le fonti ufficiali; 157 e più di 1.200 feriti per le organizzazioni impegnate nella battaglia per i diritti umani (altrenotizie, 8 ottobre 2009)
Capoluogo del distretto occidentale di Uasin Gishu, nella provincia di Rift Valley, Eldoret è famosa per aver dato i natali al capostipite dei fondisti kenioti, Kipchoge Keino, e non solo. Da qualche giorno, infatti, la città è tornata alla ribalta per una ragione sicuramente meno nobile: sembra che le autorità di Nairobi abbiano annunciato la chiusura del locale campo profughi, un struttura che ospita circa 2.200 rifugiati interni, civili di etnia Kikuyu scampati alle violenze etniche post elettorali che tra il dicembre del 2007 e la primavera del 2008 sconvolsero la regione. La paura è che le zone di provenienza non siano ancora del tutto sicure e per questo molti profughi non sarebbero disposti a tornare a casa; per facilitare l’operazione di sgombero il governo avrebbe comunque offerto ad ogni famiglia la cifra di 35 mila scellini (490 dollari) e il trasporto gratuito fino alle comunità di appartenenza (altrenotizie, 5 ottobre 2009)
L'aggressivo sfruttamento delle risorse energetiche che negli ultimi anni ha cambiato la faccia politica e sociale dell’Africa, non ha certo portato la ricchezza e lo sviluppo sperato, la pace ed il benessere promesso da chi invece ha girato la testa di fronte a tragedie umanitarie quali il Darfur o il Corno d’Africa, il Nord Kivu o il Sahara Occidentale, il Delta del Niger o le foreste dell’Uganda settentrionale. Al contrario, la politica del profitto ha sconvolto la vita di un numero incalcolabile di persone, vittime di un saccheggio incontrollato che ha ricompensato i potentati ed ha premiato l’egoismo di quelle nazioni che in cambio di un paventato sviluppo economico hanno dato vita ad una nuova corsa all’Africa, ad una nuova forma di colonialismo politico-militare che in chiave moderna ricorda quello che tra la fine dell’Ottocento e l'inizio della prima guerra mondiale si spartì il continente. Ed è in questo contesto, in un continente come l’Africa, dove il 40% della popolazione “vive” con meno di un dollaro al giorno e un numero molto maggiore “sopravvive” con meno di due, che il Ciad rappresenta l’ennesimo esempio di come i poveri pagano sempre il prezzo più alto (altrenotizie, 28 settembre 2009)
Il via al cemento è la risposta del ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, alle richieste dell’amministrazione americana, che da mesi insiste per ottenere da Israele un chiaro impegno a congelare la colonizzazione in Cisgiordania. Cinquecento nuovi alloggi che verranno costruiti in zone già strappate ai palestinesi; quartieri a ridosso delle città - colonia che il governo considera propaggini del territorio israeliano e quindi, come tali, appartenenti al così detto “versante israeliano della barriera di sicurezza”. Un modo strano di interpretare il diritto e la geografia ma efficace e per mettere a tacere i “falchi” della destra ultraortodossa e sionista che tengono in scacco il governo e che in cambio sono disposti a chiudere un occhio sull’impegno preso da Netanyahu con gli Stati Uniti su una “moratoria” alla colonizzazione. Una “moratoria” e non un congelamento, una riduzione che non garantisce la fine delle attività edilizie in Cisgiordania e non ferma i duemilacinquecento alloggi già in costruzione a Gerusalemme est o i tremilacinquecento che a breve verranno edificati nella periferia orientale di Maaleh Adumim, il progetto noto come E-1 o Mevasseret Adumim che, una volta terminato, dividerà di fatto la Cisgiordania in due tronconi (altrenotizie, 14 settembre 2009)